3 domande a: Roger Lewis


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Quest’anno Bergamoreggae è stata partner dell’Associazione Butterfly nell’organizzazione del concerto che gli Inner Circle hanno tenuto il 6 luglio 2012 alla Forest Summer Fest. Abbiamo avuto la fortuna di passare una giornata con Roger Lewis e gli altri elementi della band, vere e proprie icone mondiali per la reggae music. Roger, storico chitarrista della formazione e cugino di Jacob Miller, ci ha rilasciato una breve intervista, che siamo fieri di presentare in esclusiva su Bergamoreggae.org e che inaugura il ciclo “3 domande a…”, serie d’inedite conversazioni con gli artisti italiani e internazionali che Bergamoreggae ha avuto il piacere di ospitare nel corso dell’estate 2012.

3 domande a Roger Lewis, chitarrista e membro storico della band Inner Circle

Cominciamo col farci raccontare come avete iniziato, quali sono stati i primi passi nel mondo della musica dei membri degli Inner Circle…

Sin da ragazzini Ian [fratello di Roger e bassista della band] e io suonavamo strumenti di ogni tipo e cercavamo di infilarci negli studi di registrazione per inserirci nel mondo musicale jamaicano. Fu così che ci trovammo a collaborare con i più importanti studi dell’isola di quel periodo [a cavallo tra gli anni ’60 e i ’70], come quello di Harry J: quando servivano musicisti per registrazioni in studio venivamo chiamati spessissimo. Durante quelle sessioni conoscemmo i migliori cantanti e musicisti jamaicani dell’epoca, tra cui i futuri membri degli Inner Circle. All’inizio degli anni ’70 lavorammo anche, come backing band, alla registrazione di “Catch a fire”, il quinto album di Bob Marley [primo sotto l’egida di Chris Blackwell, patron della etichetta Island], l’album che annunciò al mondo intero le grandi potenzialità della musica in levare. Questo, però, quando ancora non eravamo una band vera e propria, con un cantante, un repertorio e dei dischi stampati.

Alla fine degli anni ’60 nascono ufficialmente gli Inner Circle, il cui leader fu l’indimenticato Jacob “Killer” Miller. In seguito, dopo la morte di Miller, la vs formazione è andata cambiando pressoché costantemente. Ci parli un po’ della storia della tua band e di come si è evoluta nel tempo??

Gli Inner Circle sono la band di Jacob Miller, davvero un grande uomo con una grande voce, una delle icone del reggae roots di tutti i tempi. Aveva sempre il sorriso ed era davvero un portatore di “positive vibes”. Con lui abbiamo realizzato 2 album [il primo nel 1974] e tanti singoli di successo [“Tenement yard”, “Tired fi lick weed ina bush”…]. Lavorare con Jacob è stato uno dei più grandi doni che ho ricevuto nella vita.

Negli anni ’80 poi, grazie alla collaborazione con Carlton Coffie,il cantante che ha preso il posto di Jacob Miller fino al 1995, avete realizzato numerose hits tra cui le indimenticabili “Sweat” e “Bad boys”…

Non mi va proprio di parlare di Carlton Coffie. Io parlo solo di “big men”, come appunto Jacob Miller, Max Romeo, Bob Marley e così via…

Un veterano che ha fatto la storia della musica jamaicana come te cosa ne pensa della scena reggae mondiale attuale?

Il reggae è cambiato profondamente negli anni: oggi i nomi di punta del panorama internazionale sono quelli di Damian Marley, Alborosie, Gentleman, tutti artisti bianchi. E’ andato perduto il legame stretto della musica in levare con la cultura popolare jamaicana ed oggi chiunque abbia qualche dreadlock in testa si crede profeta del rastafarianesimo e di una cultura che non gli appartiene.
Questo accade anche perché la musica jamaicana attuale non è più un riferimento e risente invece moltissimo dell’influenza della cultura “gangsta-hip hop” nordamericana, da cui derivano sonorità e tematiche di bassissimo livello. Il fatto più preoccupante è che i giovani d’oggi si fanno influenzare molto dalle mode e da questi pseudo-artisti “gangsta”, e non sanno nemmeno più cosa sia il vero reggae.
Ma sono convinto che il reggae roots nel futuro abbia ancora molto da raccontare e insegnare.

Intervista a cura di prepio/Dimitri Sonzogni.